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CHI E’ IL MIO PROSSIMO?

Si riporta un intervento dell’Abate di Bassano del Grappa, mons. Renato Tomasi, sull’omicidio di Sara a Roma nei giorni scorsi, apparso sul Settimanale diocesano “La Voce dei Berici” (12 giugno 2016, p. 39). Fa riflettere un po’ tutti. A. B. 

 

LA PAURA E LA PIETA’ di mons. Renato Tomasi

E’ di questi giorni la notizia terribile dell’assassinio di Sara, una ragazza romana, strangolata e bruciata dall’ex fidanzato, che non si rassegnava a vedere conclusa la propria relazione con lei. È una notizia che non vorremmo mai sentire, anche perché questa violenza estrema nasce da un preteso “amore” che non vuole arrendersi al rifiuto, ed è invece solo volontà malata di non perdere il possesso dell’altro, a costo di distruggerne la vita, piuttosto che lasciarsela sfuggire di mano. Se poi pensiamo che questo è solo uno dei tanti episodi di femminicidio, che continuano a costellare la cronaca, e che vedono donne vittime di uomini ai quali si erano affidate, davvero restiamo smarriti. In questo caso però è emerso un fatto che forse non è unico, ma che ci è stato sbattuto in faccia senza che possiamo difenderci. Infatti il magistrato che ha seguito questo caso di omicidio, ha riferito, con parole piene di tristezza e di sgomento, che mentre la violenza si consumava, erano passate delle persone, avevano visto quello che stava accadendo, avevano sentito le invocazioni di aiuto di Sara, ma avevano “tirato diritto”. Probabilmente anche noi, in questo momento, ci sentiamo indignati e pronti a esprimere un giudizio di condanna, che è ben motivato. C’è però il rischio che questa indignazione diventi un moralismo a buon mercato, se quanto accaduto non arriva a interpellare anche la nostra coscienza. Penso infatti che quelli che sono passati senza fermarsi, fossero persone normali, come me e come tanti, anche capaci di buoni sentimenti; e allora mi chiedo: io mi sarei fermato a salvare la ragazza? Comincio così a capire che quel “tirare diritto” trova le sue radici in qualcosa che insidia ciascuno di noi, e condiziona le nostre scelte. Il primo dato è la paura, che sta invadendo sempre più la nostra convivenza civile, e che ci fa vedere gli altri come un rischio da cui difenderci. Per fare un esempio, un’inchiesta recente su come viene valutato l’arrivo dei profughi, ha rivelato che il 67% degli intervistati guardava a questi disgraziati con paura, come a dei possibili terroristi. È vero che dopo gli attentati che accadono, il terrorismo è un’insidia da non sottovalutare, ma la paura (spesso alimentata per altri fini!) stravolge il nostro sguardo, e non ci permette più di vedere nell’altro uno che ha bisogno di aiuto, e di averne pietà. E così sentiamo troppo rischioso soccorrere uno sconosciuto, anche se si tratta di una ragazza in pericolo. Non si sa mai! Un altro dato poi è la crescita dell’indifferenza di fronte alle difficoltà degli altri, che porta a chiuderci sempre più in noi stessi e a disinteressarci di chi ci sta attorno. La violenza su quella ragazza è certamente un caso straordinario; ma quante volte chiudiamo gli occhi davanti alla sofferenza, alla povertà e alla solitudine che incontriamo nella vita di ogni giorno, e in chi ci sta vicino? È facile pensare che bastano i propri guai, e che non è proprio il caso di caricarsi anche di quelli degli altri… Allora non basta sentirci a posto condannando quelli che hanno “tirato diritto”. Gesù parla di due persone che – pensando di avere dei buoni motivi – si sono guardate bene dal soccorrere un uomo ferito dai briganti, e di un altro che si è invece fermato a prendersi cura della vittima, anche se per lui era uno sconosciuto e uno straniero, e pur non sapendo a che cosa andava incontro (Luca 10,25-37). È un rischio; ma tutto cambia se l’altro è uno al quale farsi prossimi.

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