See other templatesSee other templates

Sei qui: HomeDidatticaMateriali di aggiornamentoDal buio alla luce...intervista ad Antonio Silvagni

Dal buio alla luce...intervista ad Antonio Silvagni

Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 

Docente di italiano e latino al liceo "Da Vinci" (Arzignano), Antonio Silvagni è uno dei 50 docenti selezionati – unico vicentino – tra undicimila a livello nazionale per l'assegnazione dell' "Italian Teacher Prize" (cfr. "Il Giornale di Vicenza", 10 dicembre 2016).

Antonio Silvagni, si presenti.

...con un verso di una poesia... un aforisma latino... come preferisce.

Il campo è sterminato... però me ne viene in mente uno che si trova nel Gargantua e Pantagruel di François Rabelais. In latino: sedendo et quiescendo fit animo prudens. Cioè, sedendo e riposando l'animo diventa saggio. In Gargantua il senso di questo verso va preso in senso antifrastico cioè esattamente il contrario di quanto dice, in quanto la prima educazione di Pantagruele è tutta dedita al cibo, all'ozio, al perder tempo... però io credo che ci sia una verità. Sedendo et quiescendo... Non tanto il sedere quanto il quiescere... lo stare tranquilli, riposare, dare spazio a... a noi stessi! ...a riflettere... quindi fermarsi nella corsa che abbiamo ogni giorno. Questo – credo – è un po' quello che mi rappresenta.

Secondo lei, da cosa si riconosce un buon insegnante? Quali sono le qualità, le capacità?

Premesso che la professione dell'insegnante fa parte di quelle professioni che "si fanno con l'esperienza". Un po' come il medico... Come si fa a riconoscere un buon chirurgo? Se opera bene. Però attenzione! Non c'è solamente l'aspetto tecnico, c'è anche l'aspetto umano. Allora io credo che un buon insegnante dovrebbe essere un mix fra tecnica e capacità di entrare in relazione, non solo con i ragazzi ma anche con i colleghi perché è importante lavorare insieme... "fare squadra" . Poi interagire anche con i genitori, senza perdere le proprie caratteristiche.

Penso anche a quanto le generazioni cambiano e quindi credo sia importante anche stare al passo coi tempi, rinnovarsi... Nel suo caso, a 25 anni – dopo un attacco di glaucoma – praticamente perde la vista... vede luci e ombre... E quindi, dopo la laurea e le prime supplenze penso si sia dovuto reinventare, trovare nuove strategie, a scuola come nella vita. Com'è stato per lei fare i conti con il suo limite? Com'è riuscito ad elaborare la perdita della vista?

...è un po' difficile da spiegare... perché è un processo che avviene giorno per giorno. Non parlerei di "metabolizzazione", di "lotta", di "ricostruzione". Direi l'ho vissuta come una fase della vita, della mia vita – della vita di nessun altro. Non è che mi aspettassi una vita diversa. A 25 anni magari si fanno sogni ma sono un po' vaghi. Mi è capitata questa cosa e la mia vita non è che sia cambiata, è diventata. Per cui ho cercato di modificare lentamente certe mie abitudini... ma cose molto banali... Per esempio: versarsi l'acqua. Oppure, come si fa a mangiare nel piatto? Son cose che si imparano un po' alla volta... alla fine gesti naturali. Direi che è interessante trovare delle strategie nuove per riuscire a condurre una vita... civile. Quindi, non direi adattare ma seguire la strada che la vita ha intrapreso. Questa è la mia vita, questa è la mia strada, quindi cerco di svolgerla con le possibilità che mi sono date.

In questi anni, cos'ha imparato ad apprezzare di più, a scuola con i ragazzi e nella vita?

Qualcosa che riguarda entrambi, sia a casa che a lavoro, direi la disponibilità all'aiuto. Cioè, quando si è in difficoltà c'è sempre qualcuno disponibile ad aiutarti. All'inizio magari mi pesava, mi vergognavo, ma non tanto perché mi sentissi nella condizione di minorato, ma proprio perché – in qualche maniera – mi sentivo quasi di disturbare. Poi, un po' alla volta, ti passano anche 'ste fisime... Quindi sì, ho imparato ad apprezzare l'aiuto in generale, sia a casa che a scuola. Quello che apprezzo in mia moglie è il saper cogliere quei piccoli bisogni che ci sono... mettermi la caraffa vicino piuttosto che in mezzo alla tavola, la disponibilità a spiegarmi una vignetta, un video... Dei miei figli apprezzo l'assoluta naturalezza per questa mia condizione... loro – appunto – son cresciuti vedendomi così, senza nessun problema... ci ridiamo anche su...

Cosa le dà gioia, gratificazione?

A lavoro direi quello di vedere il cambiamento dei ragazzi, anche se è sempre più difficile percepirlo perché i tempi di maturazione... la percezione è che si siano spostati i tempi in avanti. Per cui, quello che mi aspettavo di vedere alla fine di un bienni, adesso dovrei aspettare la terza ma in terza non lo vedo più. Generalmente mi piace vedere che i ragazzi imparano cose nuove, ma soprattutto imparano a ragionare... fanno ragionamenti diversi... la criticità, l'osservazione... la gioia della scoperta quando hanno capito. Poi ci sono tante cose che mi danno gioia... stare fuori, camminare, riuscire a vedere ancora il sole... sentire il profumo dei fiori a maggio, il profumo dell'aria pulita quando c'è la neve... Mi piace sentire il freddo in faccia alla mattina... Mi dà gioia riuscire a starmene a casa in tranquillità... uscire con mia moglie, al cinema, a teatro... queste cose qua...

Un consiglio, per chi ha da poco incominciato ad insegnare e per chi insegna da più tempo e vive un momento di scoraggiamento...

Non mi sento in grado di dare consigli. Non credo di poter insegnare niente a nessuno per quanto riguarda il comportamento. Cioè... quello che siamo, il nostro carattere, ce lo portiamo dentro; dato sul quale possiamo ci possiamo lavorare, ci possiamo far aiutare... modificare in parte... Ma se uno ha un fondo malinconico non è che possiamo dirgli che per far l'insegnante ci vuole molto brio... chiaro. Non penso di poter dare consigli.

Forse, l'unica cosa – l'unica cosa – fare attenzione alle persone. Cioè, mettere davanti a tutto, prima di tutto, le persone. Cercare di cogliere – ed è difficile – quello che è il bene futuro per la persona. È un'operazione che costa... qualche volta si sbaglia... Ecco: dobbiamo un po' abbandonare questa idea di oggettività, perfezionismo... Accettare un po' il rischio, la responsabilità del nostro lavoro...

Per farti un esempio: il momento critico arriva sempre durante gli scrutini. Dopo un anno di verifiche, potrei dire "...tutti 5... 5!" Bon, perfetto, fine della storia. L'oggettività, il dato mi porta lì. Poi entrano altri ragionamenti. Proviamo ad immaginarci questo ragazzo l'anno prossimo, fra due anni... Ha le possibilità o subisce frustrazioni? Ha delle caratteristiche che lo possono gratificare in questa scuola, in questo percorso?... E lì ci vuole intuito, esperienza... Come fai a sapere un domani cosa diventerà quel vino? ...l'intuito, l'esperienza... rischi. Quindi, bisogna accettare questa componente di rischio che vuol dire mi assumo anche la responsabilità da un punto di vista morale delle mie scelte e delle conseguenze.

È la seconda volta che faccio riferimento all'arte medica... Scienza e Coscienza, che vale anche per il lavoro dell'insegnante. Scienza e Coscienza, cioè in base a quello che so e in base a quello che sono. Quindi: dati oggettivi, le prove che ho raccolto, le mie conoscenze professionali (scienza) e la mia coscienza, le mie convinzioni di essere uomo, persona, all'interno di una società. Questi dovrebbero essere i due criteri.

Ringrazio di cuore il prof. Silvagni il quale, ai tempi del liceo, è stato anche uno dei miei insegnanti. Da allora sono passati un po' di anni e le declinazioni non me le ricordo più; ma che qualcuno sia stato capace di vedere in me qualcosa di buono, che qualcuno mi abbia veramente voluto bene, questo non lo dimenticherò mai.

(a cura di Alessandra Vanto)

Go to top