See other templatesSee other templates

Sei qui: HomeMondo IRCParola del VescovoGiovanni Battista modello dell'educatore

Giovanni Battista modello dell'educatore

RITIRO DI AVVENTO PER GLI INSEGNANTI DI RELIGIONE CATTOLICA DELLA DIOCESI DI VICENZA (Costabissara, Villa San Carlo, 10 dicembre 2006) GIOVANNI BATTISTA MODELLO DELL’EDUCATORE Riflessione spirituale di mons. Cesare Nosiglia arcivescovo - vescovo di Vicenza

Testo base: Lc 3,1-20 (anno liturgico). Altri testi di riferimento: * Mt 3,1-17 * Mc 1,1-8 * Gv 1, 6-34 * Mt 11,2-14; 14,1-12. I punti sviluppati nella meditazione sono: Giovanni Battista:

  1. testimone della verità;
  2. servo umile dell’unico Maestro, che è Cristo;
  3. guida morale;
  4. coerente nel parlare e agire (fa quello che dice).

1. Testimone della verità Il coraggio di proclamare la verità è la nota più evidente e affascinante di Giovanni Battista. Egli si sente chiamato da Dio per una missione precisa: spianare la via alla venuta del Messia con la sua predicazione forte e decisa. E’ precursore nel senso che non si sostituisce alle persone, ma indica loro la via da percorrere per predisporre il cuore, la mente e la vita all’accoglienza del Signore e lo fa annunciando la verità di Dio e del Vangelo della conversione. Il suo messaggio usa i toni apocalittici propri dei profeti (Lc3,7-9); in realtà al centro del suo annuncio non c’è solo un generico invito a convertirsi, ma l'invito ad accogliere la persona del Cristo e a ricevere il Battesimo dello Spirito Santo. E’ dunque un messaggio positivo volto ad aprire la strada del cuore e della vita al Signore che viene. In questo senso, egli è un vero educatore, perché accompagna, unendo insieme fortezza e speranza e infondendo nel cuore quell’attesa serena e profonda che aiuta ad aprire l’animo alla verità del Vangelo. Ricordiamo alcune espressioni di Gv 1: "Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce". Giovanni stava là con due suoi discepoli e fissando lo sguardo su Gesù che passava disse: "Ecco l’agnello di Dio". Educare, insegnare la via della verità significa accompagnare con forza e dolcezza insieme sulla via che conduce ad incontrarla e sperimentarla nella persona del Figlio di Dio. Noi ne dobbiamo essere certi e operare, perché dal nostro insegnamento appaia che la verità non è nostra ma ne siamo servitori, discepoli prima che maestri. Quello che importa è dirci come Giovanni: "E' necessario che lui cresca e io diminuisca" nel senso che un buon maestro di verità e di vita conduce i suoi allievi a non legarsi a lui, ma ad oltrepassare la sua persona e le sue parole per appropriarsi della verità con consapevolezza interiore e decisioni individuali, frutto di una ricerca interiore, che investe mente, cuore e vita. Educare, insegnare significa non trascinare, né spingere, ma fare la strada insieme, perché sempre, tanto più in fatto di religione, anche il maestro deve ogni volta ricominciare la sua personale ricerca e curare la sua adesione alla verità, che va oltre ogni umano traguardo raggiunto con le competenze e l’esperienza acquisita. Il docente di religione, poi, per la peculiare disciplina che insegna deve sapersi fermare e tacere, a volte, più che parlare, perché a parlare è la verità stessa, che si propone direttamente alla coscienza e all’intelligenza. Pensiamo ai testi biblici che sono considerati fonti dell'IRC, ma che se accostati con verità parlano, appellano l’alunno nel suo più profondo e poiché sono Parola di Dio aprono vie impensabili di verità affascinante per la vita del giovane e per il suo domani. L’importante è dunque che noi, maestri e docenti, sappiamo essere umili ricercatori della verità di Dio e dell’uomo e ci mostriamo, agli occhi dei ragazzi, appassionati di questa ricerca, che, unica, risponde alle attese e domande più profonde e sentite dell’animo umano. Deve essere evidente in noi che la verità che sta al centro del nostro insegnamento e che unisce fede e ragione è la persona di Cristo. Questo è chiarissimo in Giovanni .

2 2. Servo umile dell’unico Maestro che è Cristo Ascoltando la parola forte e potente di Giovanni Battista, si potrebbe avere l’idea che ci troviamo di fronte ad un personaggio che ha una grande autorevolezza e dunque, come tutti, cosciente della sua incidenza sulla gente che lo segue e lo stima molto. Egli, al contrario, è umile e cerca il nascondimento non l’esaltazione del potere e dell’approvazione della gente. Come ogni profeta sa di parlare in nome di Dio e di dover svolgere una missione, che è quella di aprire il cuore delle persone e del suo popolo a riconoscere il Messia, che è in mezzo a loro. Per questo afferma: "In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete e al quale io non sono degno di sciogliere i legacci dei sandali". Questo tale è Gesù di Nazareth, che egli accoglie al Giordano quando si presenta per essere battezzato: "Io devo essere battezzato da te", dice Giovanni, "e tu vieni da me?". E ancora afferma: "Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me; costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco". Giovanni non si proclama Messia e Cristo e si definisce “una voce” che grida nel deserto. Eppure lui è il più grande tra i nati di donna, secondo Gesù. Il riferimento a Cristo Maestro è dunque l’esempio che Giovanni Battista offre ad ogni docente di religione, ad ogni educatore e predicatore del Vangelo. Aprire la strada dell’intelligenza e del cuore a Cristo, preparare ad accogliere il Vangelo nei tempi e modi che solo Dio conosce, indicare la via che può condurre all’incontro con il Signore: sono questi atteggiamenti e intendimenti che devono guidare il nostro servizio anche nella scuola. Le vie scolastiche sono quelle della cultura, della conoscenza, del dialogo e del confronto, ma questo non esclude, anzi sollecita, che ci si faccia compagni di viaggio con gli alunni verso quella pienezza di verità, che, sola, può risultare vincente per la loro maturità umana e la loro crescita interiore. Tale pienezza di verità è appunto Gesù Cristo. E’ illusorio girarci intorno: il cristianesimo si può anche selezionare sul tavolo dei suoi elementi religiosi, rituali, morali, esperienziali, comunitari, ma alla fine tutto questo, come tanti raggi di una ruota, porta al centro, perché si tratta di realtà legate insieme solo dal centro vivo che la persona di Gesù Cristo. Se non c’è questo Centro vivo, i raggi si sfilacciano e tutto si frantuma in mille rivoli che non lasciano traccia. Il compito della scuola non può essere questo, ma quello di aiutare a fare sintesi, ad avere dei punti sicuri di riferimento per costruire la propria cultura e personalità su basi solide e durature. Parlavo di umiltà di Giovanni, perché non è semplice e spontaneo pensare che quello che facciamo e per cui ci siamo preparati e fatichiamo sia in funzione di un qualcuno, che va oltre noi stessi e di cui siamo discepoli e servi. Ma questo è il senso vocazionale e ministeriale dell’insegnamento della religione e di ogni azione educativa: aiutare i ragazzi ad essere se stessi e ad autoguidarsi e autoformarsi per prendere in mano direttamente il loro futuro seguendo la chiamata di Dio, il primo Maestro ed educatore dell’uomo. “Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti discepoli”, dirà un giorno Gesù ai suoi amici. Alla scuola di questo unico Maestro, docenti e alunni possono imparare la via dell’umiltà, scoprendo che il primo diventa ultimo e l’ultimo può diventare il primo. L’umiltà è anche quella che ci è richiesta per studiare e qualificarci, non presupponendo di sapere tutto e di più di quanto sia necessario. Un buon maestro sa che deve sempre imparare da tutti, anche dai suoi allievi, perché mai ha raggiunto la perfezione della sapienza, che resta un traguardo futuro, dono sempre nuovo di Dio da impetrare nella preghiera.

3. Guida morale Giovanni Battista non si limita ad annunciare e a indicare la strada, che conduce a Cristo, ma sa anche offrire concreti insegnamenti sulla vita nuova che occorre percorrere per convertirsi alla novità del Vangelo. La dimensione morale è indubbiamente un aspetto decisivo nell’insegnamento, se non vuole restare una serie di belle intenzioni e principi astratti e poco incisivi nella vita. "Che cosa dobbiamo fare?" domanda la gente e Giovanni dà delle risposte appropriate ad ogni persona in riferimento al suo lavoro e alla sua vita. Affronta il tema della carità e della giustizia: "Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha". Parla dell’onestà sul lavoro, quando esso è particolarmente difficile e poco apprezzato. Ai pubblicani dice: "Non esigete nulla di più di quanto è dovuto". Non si sottrae a domande riguardanti persino il lavoro dei militari, che erano assoldati a basso costo perché si rifacevano con le ruberie alle loro vittime: "Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, accontentatevi delle vostre paghe". Si tratta di ambiti decisivi per la vita personale, familiare e sociale su cui si misura la conversione predicata da Giovanni. L’insegnamento etico-morale è oggi particolarmente importante nella nostra società e cultura. Di fatto, si tende a vanificarlo con il “fanno tutti così” (pensiamo all’evasione fiscale) o a ridurre la morale a fatto privato e dunque libero di non avere regole oggettive, se non la propria volontà o piacere. Inoltre, l’individualismo esasperato e la caccia ai soldi e al possesso aggravano la crisi della morale e attutiscono le coscienze. Come essere una guida anche in questo ambito nella scuola dove diventa decisivo proprio il compito del docente e di quello di religione in particolare? Legando la morale alla vita di ogni giorno, alle scelte conseguenti il proprio fare secondo quelle situazioni concrete che si vivono in casa, a scuola, per la strada, nei diversi luoghi di incontro. Come Giovanni indica norme di comportamento concrete, così dovrebbe essere il nostro sforzo di aiutare a passare dai massimi principi, pure importanti, alla verifica della loro attuabilità nel concreto del vissuto. Altrimenti prevarranno sempre i modelli dominanti e i messaggi più accattivanti e negativi. Notiamo che le risposte di Giovanni sono sempre duplici: indicano l’impegno a non fare qualcosa di ingiusto, ma anche le scelte positive che spingono a fare ciò che è bene. Non fare il male, fa il bene potremmo sintetizzare. Si conferma qui l’insegnamento di Gesù, che dirà nel Discorso della montagna: "Vi hanno detto, ma io vi dico". La morale, infatti, è certamente come la sponda di un ponte, che ti salva dal cadere nel fiume sottostante, ma è anche la bussola che ti guida in mezzo ad un deserto o dentro una foresta per uscirne fuori illeso. L’importante è dunque non presentare la morale cristiana come una serie di negazioni. Infatti, quando si deve andare controcorrente nei confronti di una cultura permissiva e individualistica, è importante evidenziare anche gli aspetti positivi della morale cristiana, che scaturiscono dall’accoglienza delle norme morali finalizzate alla vera libertà e alla gioia dell’uomo. 3 Benedetto XVI ha affrontato lucidamente il tema nel discorso a Verona, là dove dice: "Una educazione vera ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma sono in realtà indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza. E’ da questa sollecitudine per la persona umana e la sua formazione che vengono i nostri no a forme deboli e deviate dell’amore e alla contraffazione della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile o manipolabile. In verità questi no sono dei sì all’amore autentico, alla realtà dell’uomo come è stato creato da Dio". L’ultimo tratto della figura di Giovanni Battista è conseguente a quanto detto finora.

4. Coerente nel parlare e fedele al suo messaggio Il profeta parla e ammonisce, non solo con le parole, ma prima ancora con la sua vita, con il suo esempio. Era povero e viveva povero, invitava alla penitenza che, lui per primo, faceva mangiando locuste e miele selvatico e vestendo di una tunica fatta di peli di cammello. "Chi siete andati a vedere nel deserto" diceva Gesù "un uomo vestito di vesti sontuose o di porpora e bisso? Queste persone stanno alla corte dei re". Giovanni aborriva tale ricchezza e viveva la più estrema povertà. Richiamava alla fedeltà delle legge di Dio ed invitava alla conversione non solo i poveri, i soldati, i pubblicani, i farisei, ma nche i ricchi e i potenti come Erode. Non ha avuto paura di sfidare l’ira di Erode e della sua concubina per denunciarne, in pubblico, il peccato, andando così incontro alla morte tragica che conosciamo. Un testimone, un maestro coerente fino alla mort, che aveva il coraggio della verità e non si tirava indietro di fronte alle temute conseguenze dei suoi gesti e delle sue parole. Forse questo è il tratto più efficace del suo insegnamento e quello a cui siamo chiamati ad ispirare anche il nostro servizio. E’ meglio essere cristiano senza dirlo che dirlo senza esserlo, perché, in tal caso, si dice lo stesso chi si è non con le parole, ma con le opere. "E’ infatti dalle vostre opere che vi riconosceranno miei discepoli" diceva Gesù ai suoi discepoli. La coerenza tra parole e opere è sempre stata la frontiera più decisiva dell’educazione e dell’insegnamento ed è dunque quella che ci sfida più di ogni altra scelta di vita. Non sempre questo è facile ed immediato, perché i compromessi sono oggi all’ordine del giorno, quando si tratta di vivere in un ambiente come è la scuola dove è necessario a volte scendere a compromessi per restare a galla, come si dice, e non soccombere. Quando incontro i giovani nella scuola esce sempre la classica domanda sulla Chiesa ricca rispetto al Vangelo, che predica sulla povertà. E’ una sfida forte che sento particolarmente, anche se non sono convinto che sia poi vero in realtà. La Chiesa, infatti, serve i poveri in mille modi e forme e gli stessi sacerdoti e vescovi sono impegnati per la gente nel campo della solidarietà e del servizio 24 ore su 24. Allora, occorre motivare, far conoscere bene la realtà e aiutare a comprendere che le ricchezze della Chiesa spesso costituiscono un patrimonio per tutti (pensiamo all’arte e alle offerte ricevute). Tuttavia, non mi sottraggo dal confronto e lo sento un appello forte alla mia coscienza di pastore e di cristiano. E’ solo un esempio per dire quanto la nostra vita di testimoni sia misurata anche sul nostro impegno di coerenza evangelica giorno dopo giorno. In campo educativo, per chi insegna religione questo discorso è basilare e credo debba essere posto in evidenza: essere segni alternativi al mondo del possesso, del primato, dell’esteriorità, dell’apparenza. Ma vale anche l’esempio di coerenza nell’avere il coraggio di denunciare il male e di aiutare chi lo compie a convertirsi. Questo è un altro punto importante. Oggi, infatti, si accettano tutte le scelte e si ha timore di "imporre" ad altri le proprie convinzioni e messaggi, anche se giusti e veritieri. Il docente che ama i suoi alunni non può tacere, come il genitore e l’educatore, pena il vanificare la sua opera e il commettere una grave colpa di omissione. Dice il Signore al profeta Ezechiele: "Se non ammonisci chi fa il male e poi lui lo fa, darò la colpa a te, perché sei venuto meno al tuo compito". Il Signore ci dia sempre la forza, come a Giovanni Battista, di intervenire quando ci accorgiamo che qualche alunno segue strada sbagliate (droga, sesso, devianza, violenza); entriamo in confidenza con lui, esortiamolo e non tacciamo, anche se questa posizione costasse qualche rifiuto ed incomprensione.

Conclusione

La figura e l’opera del più grande dei profeti, tra i nati di donna, è quanto mai modello del nostro essere educatori ed insegnanti. Quando però Gesù afferma che "il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande ancora di Giovanni Battista", ci fa capire che abbiamo a disposizione una marcia in più, che è data dal fatto che viviamo nei tempi nuovi, non più solo nell’attesa. Il Messia è venuto, Cristo è vivo in mezzo a noi e soprattutto per noi e per i nostri alunni c’è la garanzia della presenza dello Spirito Santo, il dono dall’alto, che porta con sé la sapienza e la scienza, il consiglio e la fortezza. Lui, ci ha detto Gesù, vi guiderà alla verità tutta intera e vi svelerà le cose future. La certezza di poter contare, come docenti, sulla luce dello Spirito ci sproni a non cessare di unirci a lui nella preghiera e nella fede per svolgere il nostro servizio sotto la dolce e potente spinta interiore del Consolatore. Lui ci suggerirà le parole giuste per penetrare nel cuore e nell’intelligenza dei nostri alunni e ci darà il coraggio di essere coerenti nel dire ed operare la verità, affinché sia amata e cercata sempre con frutto nella loro crescita umana e spirituale.

Go to top